GRANDE GUERRA

GRANDE GUERRA

Quest’oggi il mio omaggio ai compaesani caduti della prima guerra mondiale.
No, non sono fiori, ma le loro storie oramai sbiadite dal tempo.

Preview del lavoro di ricerca che sto portando avanti grazie a Archivio di Stato di Torino e Europeana 1914-1918

Prima della trascrizione dei nominativi, pubblico qualche dato e qualche riflessione.
Sono 11 i militari Brossesi caduti nel conflitto , 2 dei quali non risultano
presenti nelle pubblicazione del Ministero della Guerra che riguarda
militari del Regio Esercito, della Regia Marina e della Regia Guardia di Finanza.
Il più “anziano” era nato nel 1877, il più giovane nel 1896. La maggioranza
dei caduti è comunque composta da ventenni e da trentenni.
Leggendo e rileggendo più volte questo elenco non si possono non provare
sentimenti di umana pietà per questi giovani uomini e per i loro familiari.
Tutti i nomi diventano volti, diventano immagini di un’epoca ormai lontana
fatta di valori, ma anche di povertà, di miseria, di ingiustizie, di
difficoltà. Alcuni di loro erano poco più che ragazzi. E non è così difficile
immaginarli in un ambiente sconosciuto e ostile, nel quale, per lunghi
periodi, dovettero convivere nelle trincee con il gelo, con la stanchezza,
con la nostalgia e la solitudine.
Per chi, come me, ama la montagna, molti dei luoghi di combattimento in cui
perirono tanti compaesani non sono sconosciuti. Sono posti di una bellezza
unica: il Carso, Cima Stradon, il Monte Zebio, il Monte Sabotino, il
Falzarego, il Colbricon. Luoghi meravigliosi e ad un tempo, in certe
circostanze, orridi in cui ancora oggi la presenza del conflitto è palpabile:
piccole cappelle, steli, trincee, croci; tutti omaggi e riconoscimenti a chi
su quella terra ha versato il proprio sangue e ha immolato la propria vita.
L’immagine che più mi balza nella mente è quella dei nostri giovani
compaesani nei piccoli ospedali da campo: ragazzi feriti, sofferenti, soli.
La morte in battaglia fu spesso inconsapevole, inattesa e veloce. Coloro
invece che vennero gravemente feriti e che poi morirono in quei piccoli ed
inadeguati ospedaletti da campo dovettero subire sofferenze, solitudine,
lancinanti dolori. E non si può non sperare che, almeno negli ultimi
istanti, ci sia stato qualcuno (un medico, un soldato, un altro ferito, un
infermiere) a prendere loro la mano e ad accompagnarli all’ingresso
dell’ultimo viaggio.
Chiudo queste brevi riflessioni con una sola parola: GRAZIE

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